L’hanno trovata un 31 gennaio, buttata nella vegetazione di un giardino abbandonato. Proprio dietro casa mia; io dormivo e lei moriva a pochi passi da me.

Non l’hanno trovata… l’ha trovata la madre.

Io dormivo mentre a pochi metri di distanza una madre deponeva suo figlio. Gesto impercepito in un paese da sempre abituato a convivere con la morte, un paese pieno di vita, colori, musica.

Se n’è andata nella grande calura estiva, bagnata da quella pioggia che abbatte  favelas sulle alture di Rio e São Paulo. Quella pioggia che lava tutto, compresa l’indifferenza di chi ha. Compresa la speranza di chi non ha. Se n’è andata e la pioggia ha lavato il suo viso. Anche la madre ha lavato il suo viso. Copiosamente immagino. È il destino di tante, troppe madri che si protrae da più di mezzo millennio. Qui tutti valgono sempre meno di qualcosa. Meno di un pezzo legno, meno di un’oncia di argento, meno di un pugno di zucchero, meno di un paio di scarpe, meno di una tazza di riso, meno di un tiro di coca. Sempre meno di; sempre di meno.

Se n’è andata. Aveva scelto da tempo. Aveva scelto di stare con quelli che non possono. Stare è differente che aiutare. Si aiuta sempre dall’alto di una torre, mentre per stare occorre scendere. Lei, nata tra quelli che possono. Sono scelte che non si perdonano. Ed infatti non l’hanno perdonata.

Sarà stato questo a colpirmi di lei? Intuirla simile su sentieri in apparenza diversi?

Sotto l’ala protettrice della finta deferenza l’hanno chiamata in mille modi diversi e la cosa più buona che le hanno augurato è la fine che ha fatto. Ma parlando con quanti l’hanno conosciuta si ricostruisce un rompicapo di piccole azioni e parole in chiaro scuro che la sollevano dal fango in cui è stata cacciata. Si scopre uno di quegli angeli senza cielo che popolano gli anfratti scuri della società, molto più a loro agio nelle contraddizioni del vero che con la spada del giusto tra le mani.

L’ho rivista stretta in una cassa, la pelle più bianca che mai, i capelli neri, le lunghe dita affusolate. Sembrava serena. Non so se lo fosse veramente. Non ho retto il suo sguardo. Un senso di colpa mi ha invaso. Chissà; se non avessi indugiato, se avessi fatto ciò che pensavo di fare, se non avessi rimandato. Chissà, forse… Lo so che non è colpa mia, non è colpa di nessuno. Ma proprio perché non è colpa di nessuno che sento dolore. Di quanti altri come lei non ho nessuna colpa?

In fondo bastava fare ciò che io volevo.

 

Vittorio Colacchio – Aquarelo do Brasil – 2004

 

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